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martirio e speranza |
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1. Anche quest’anno sta davanti a noi una folla di testimoni, di ogni lingua, razza, popolo e nazione che ha versato il sangue per Cristo, facendo così di tutta la loro vita un dono e un segno di speranza per il mondo d’oggi. Infatti, di fronte ad un mondo che ha sempre più paura del futuro, di fronte a uomini e donne che non sono più capaci di sollevare lo sguardo e guardare in alto e di sognare, i missionari uccisi ci invitano ad essere ancora più forti nella fede, a credere che una nuova umanità è possibile, a sperare in un futuro migliore. Una vita spesa per amore ha la possibilità di trasformare le coscienze, cambiare la mentalità e la vita. 2. La speranza è il nutrimento che sostiene il martire nell’offerta del suo sangue. Il suo non è uno sperare ingenuo e illusorio. Nel martire è forte la consapevolezza del limite scritto nelle realtà umane. L’Uomo è polvere e respiro divino. C’è in lui il vertice e l’abisso. La fragilità accompagna e descrive ogni manifestazione dell’umano. Gli amori, la fraternità, la comunione, la giustizia, tutto quanto c’è di nobile e di alto nella umanità porta il segno del limite, la frontiera tracciata nella polvere di cui siamo fatti. La speranza, che è il coraggio del martire, nasce dalla nostalgia profonda per una pienezza d’amore, di fraternità, di comunione, di giustizia, qui ed ora, solo intuita e imperfettamente realizzata. Versando il suo sangue, il martire diventa l’evidenza più alta di tale pienezza a cui tutta l’umanità è chiamata. 3. Anche oggi molti cristiani, e tra questi ben 24 missionari, sono morti per rimanere fedeli al mandato di Gesù: “andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Marco 16,15), rimanendo in alcune zone del pianeta che in partenza sapevano essere difficili. “I progetti totalitari, scrive Riccardi (1), non sopportano una presenza cristiana che parla d’altro, cioè di libertà, di amore, di pace, soprattutto che non si piega all’idolatria del potere e dell’ideologia. Bisogna sopprimere lo spazio di cielo, anche rappresentato da una piccola comunità che si ritrova a pregare”.
Come Cristo, il martire muore a braccia spalancate: abbracciando, cioè. La sua morte ha il gusto del dono, cadenze di danza, echi di festa. La sua morte è un parto: dolore e gioia, sangue e vagiti, mescolati insieme. Perciò stesso, il martirio alimenta la speranza. Esso proclama al mondo che è possibile vivere il Vangelo fino in fondo, che la via della Croce non è solo “dolorosa”, ma anche “luminosa”. Il martire grida con il suo sangue che vale la pena di vivere per Cristo e per i fratelli, ma vale anche la pena di morire per loro. Egli racconta di una fede capace di dare senso anche al più profondo dei non-sensi come il dolore, come la morte. Alla violenza egli ribatte che può mordere la carne del corpo, ma non intaccherà mai la carne della sua libertà. 4. La testimonianza dei missionari uccisi aiuta a superare tutte le forme di intolleranze e diventa per la Chiesa e per il mondo il segno del dialogo e della comprensione tra le culture e le religioni. “Fare memoria dei “nuovi martiri”, non può ridursi a mera rivendicazione, pur necessaria e legittima, del sacrosanto diritto alla libertà religiosa Né deve avere come preoccupazione immediata la richiesta, pur legittima, di reciprocità tra le fedi. Tanto meno può sfociare nella rabbiosa reazione di chi auspica una nuova crociata o una nuova guerra”. (2) I missionari consacrano ogni giorno, pur a fatica, la loro vita per il dialogo con i credenti di altre religioni. E capita spesso che a causa del Cristo sono stati uccisi cristiani di altre Confessioni. Il loro comune martirio è un forte appello alla riconciliazione e all’unità della Chiesa. “E’ l’ecumenismo dei martiri e dei testimoni della fede – diceva Giovanni Paolo II (3), che indica la via dell’unità ai cristiani del ventunesimo secolo. Che il loro sacrificio sia concreta lezione di vita per tutti”. 5. I martiri ci danno la forza di andare avanti. Sono uomini e donne al seguito di Cristo che hanno mostrato che il perdono e l’amore è più forte dell’odio; con il loro sacrificio ci indicano che il Signore è ancora oggi risorto e vivo, colui che vince il male e la morte.
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Per informazioni: info@parrocchiadimorbegno.org
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